Lopeti Etu, photo by King Redman

Lopeti Etu, bright milliner who is born in Oceania at Tonga and lives in New York – recently participating at the creative invitation launched by Stephen Jones on the virtual platform Talenthouse which give the chance toyoung designer of showcasing their creation during the exhibition “Hats: an Anthology” which will be held on September 2011 in New York at the Bard Gratuate Center – talk about himself, telling about his life, the memories from past, present, his inspirations. A marvelous conversation evidencing the artistic approach, used for creating his visionary hats, living life under the sign of joy for the little, big things, featuring in everyday life, something that should be more frequently remembered to enjoy its magic.

Could you talk me about your career as milliner, when did you start creating hats?

“I was inspired by my grandfather and the little village I came from in Tonga. My grandfather was very creative with his hands and could make anything, like everyone else in my village of Kolonga, resourcefulness is a survival skill. When I moved to San Francisco I lived with a bunch of artists and that is where I rediscovered my love for making hats. I moved to New York, got involved in the club scene, and it took decades before I started making hats again professionally. With the encouragement of my business partner David Balluff, we decided to create the brand Lopeti Etu Millinery. It’s been two years now and it definitely has its ups and downs, but I would not have it any other way. The response has been incredible. I love working for myself and I cannot believe I waited this long”.

To which extent the – downtown NYC – art scene does influence your work as milliner?

“I do not go out anymore, so I rely on what I see every day for inspiration. New York is always inspiring because it stops for no one and the energy is contagious. I feel like no matter what’s going on, when I get on the train, I begin to navigate my destiny that day. It is never what you plan it in your head but it becomes what is. I sometimes feel that I see a lot in this city and understand very little, if anything at all. I may be so focused on a woman’s silhouette that I forget where I’m going. What I take away from art is everything and nothing. I don’t know what artists are trying to say sometimes and I like things that maybe I should not. I love being a part of New York culture, and I’m lucky to have it because it pushes you to create by revealing your own shortcomings, misconceptions and all the amazing possibilities”.

What is – does it come from – the main inspiration( as art, film, music, literature) of your hats and the ones featuring in your latest collection too?

“Culture inspires me along with many other things. I am a visual thinker and that’s why I am attracted to images and video. When I’m working, I always have something playing in the background. I watch things that have nothing to do with fashion and it can lead to a marvelous idea. I guess you could say I am inspired by chance. If I see someone else’s work and it makes me want to get off my chair then that is how it starts. It could be a picture, something on the street, the color of the sky – it’s very hard to predict, and I let it all in.

The hat pictured with the veil on Talenthouse was inspired by Katharine Hepburn in the movie “The African Queen“. There is a quote from Katharine Hepburn that describes how I feel “I think most of the people involved in any art always secretly wonder whether they are really there because they’re good or there because they’re lucky”.

Concerning the making of my hats I usually custom them to fit a particular store. At this point, our size as a company allows us to work intimately with our customers”.

LOPETI ETU: LA SAGGEZZA DI UN CAPPELLAIO

Lopeti Etu, photo by King Redman

 

Lopeti Etu, brillante designer di cappelli che è nato in Oceania a Tonga e vive a New York – ha recentemente partecipato all’ invito creativo lanciato da Stephen Jones sulla piattaforma virtuale Talenthouse che offre la possibilità a giovani designer di esporre la loro creazione in occasione della mostra “Hats: an Anthology” che si terrà in settembre 2011 a New York presso il Bard Gratuate Center – si racconta parlando della propria vita, i ricordi del passato, il presente e le sue ispirazioni. Una splendida conversazione da cui si evince l’approccio artistico, usato nella creazione dei suoi visionari cappelli, nel vivere la vita all’insegna della gioia per le piccole, grandi cose protagoniste della vita di ogni giorno, qualcosa che dovrebbe essere ricordato più spesso per apprezzarne la magia.

Mi parli della tua carriera di designer di cappelli, quando hai iniziato a creare cappelli?

“Mio nonno ed il piccolo villaggio di Tonga dal quale provengo mi ha ispirato. Mio nonno era molto creativo con le sue mani e poteva fare di tutto come tutti quelli del mio villaggio di Kolonga, l’ingegno è una capacità di sopravvivenza. Quando mi sono trasferito a San Francisco ho vissuto con un gruppo di artisti ed é  là che ho scoperto il mio amore per creare cappelli. Mi sono spostato a New York, mi sono occupato della scena dei locali notturni e ci é voluta una decina di anni prima che iniziassi a realizzare i cappelli da professionista. Con il sostegno del mio socio David Balluff, abbiamo deciso di creare il brand Lopeti Etu Millinery. Adesso sono trascorsi due anni due anni e naturalmente ciò ha i suoi alti e bassi, ma non lo avrei in un altro modo. La risposta è stata sorprendente. Amo lavorare per me stesso e non riesco a credere che ho aspettato ciò a lungo”.

In che misura la scena artistica – della downtown newyorkese – influenza il tuo lavoro di designer di cappelli?

“Non esco più, sicché mi baso su ciò che vedo ogni giorno per ispirarmi. New York è sempre di inspirazione perché non si ferma mai e l’energia é contagiosa. Mi sento come se non c’è alcun problema su come vanno le cose, quando sono sul treno, inizio a navigare il mio destino quel giorno. Non è mai ciò che si programma nella testa, ma diventa ciò che é. Talvolta mi accorgo che vedo tanto in questa città e ne capisco molto poco, se  non  assolutamente nulla. Posso essere talmente immerso ad osservare la silhouette di una donna che dimentico dove sto andando. Ciò che proviene dall’arte é tutto e niente. Qualche volta non so ciò che gli artisti stiano provando a dire e mi piacciono cose che probabilmente non dovrei apprezzare. Amo essere una parte della cultura di New York e sono fortunato ad averla poiché spinge a creare svelando i propri difetti, pregiudizi e tutte le sorprendenti possibilità”.

Qual’ é – e da dove proviene – la principale inspirazione (quale arte, cinema, musica, letteratura) dei tuoi cappelli ed anche quelli che sono protagonisti della tua ultima collezione?

“La cultura mi ispira unitamente a molte alter cose, Sono un pensatore visivo e ciò deriva dal fatto che sono attratto da immagini e video. Quando sto lavorando, ho sempre qualcosa che entra in scena sullo sfondo. Guardo cose che non hanno niente a che vedere con la moda e ne posso trarre una meravigliosa idea. Suppongo che potresti pensare che sia ispirato dalla possibilità. Se vedo il lavoro di qualcun altro e mi fa desiderare di destarmi dalla mia sedia e quindi ciò è il modo in cui inizia. Potrebbe essere un immagine, qualcosa per strada, il colore del cielo –
è difficile da prevedere e faccio entrare tutto ciò.

Il cappello con il velo raffigurato su Talenthouse è stato ispirato dal Katharine Hepburn nel film “La regina d’ Africa”. Ivi si trova una frase di Katharine Hepburn che descrive come mi sento: ” Ritengo che la maggior parte della gente che si occupa di qualsiasi tipo di arte si chieda sempre in segreto se sia là perché è brava o perché è fortunata”.

Riguardo alla genesi dei miei cappelli, solitamente realizzo i miei cappelli su misura per adattarsi in una particolare boutique. La nostra dimensione aziendale oggi ci consente di lavorare a stretto contatto con i nostri clienti”.

Lopeti Etu, photo by Jakob Sadrak

Lopeti Etu, photo by Jakob Sadrak

Lopeti Etu, photo by Phil Knott

Lopeti Etu, photo by Phil Knott

Lopeti Etu, hat featuring in the creative invitation by Stephen Jones, photo by King Redman

http://lopetietu.com